lunedì 1 febbraio 2010

Walkabout

Walkabout (1971) Diretto da Nicholas Roeg. Scritto da Edward Bond e James Vance Marshall. Fotografia: Nicholas Roeg Musica: John Barry. Con David Gulpilil, Jenny Agutter, Lucien John Roeg, e altri. Durata: 100 minuti

“Walkabout” (alla lettera, qualcosa come “farsi un giro”, “camminata”) è una parola inglese che traduce un rito iniziatico degli aborigeni d’Australia. I giovani della tribù, ormai in età da essere considerati adulti, devono dimostrare di saper vivere da soli, con i propri mezzi, usando gli insegnamenti loro trasmessi dai padri. Il ragazzo protagonista del film, nel suo “walkabout”, armato soltanto di un leggero giavellotto e con poco altro addosso, se la cava benissimo ma ad un certo punto fa uno strano incontro: una ragazza più o meno della sua età e un bambino di sei anni, biondissimi, in divisa da collegiali, sperduti nel deserto.
Li aiuta come meglio non si potrebbe fare, e li porta in salvo; ma qui siamo già molto avanti con il film e conviene tornare all’inizio.

L’inizio vede la ragazza e il bambino (una ragazza alla pari o una giovane insegnante privata, si direbbe) sulla macchina guidata dal padre del bambino, un uomo già piuttosto avanti con l’età, sui cinquant’anni. Nel bel mezzo del deserto, l’uomo ha una crisi di follia e mette in atto un piano che forse aveva già meditato a lungo: fa scendere suo figlio e la ragazza, dà fuoco alla macchina, si mette a sparare. L’uomo morirà vicino all’automobile, ma ora la ragazza e il bambino sono perduti in mezzo al deserto, con pochissima acqua e con indumenti inadeguati (la divisa di un college, roba che va bene solo a Londra...). La ragazza è in gamba e condurrà il bambino ad una sorgente d’acqua, ma i due si sono persi ed era inevitabile.
E’ l’arrivo del giovanissimo aborigeno (David Gulpilil, un futuro da grande attore, tra gli altri con Peter Weir e con Wenders) a salvarli. Il ragazzo interrompe per un momento il suo walkabout (è previsto che debba stare da solo in quel periodo) e conduce i due ad una casa abbandonata ai margini del deserto, dove c’è un pozzo d’acqua e molte altre comodità; ma la città è ancora lontana, o almeno così sembra. Il ragazzo aborigeno non parla inglese, ma i tre si capiscono nonostante tutto, almeno per le cose essenziali.
Per il bambino è una festa, il ragazzo nero lo tratta come un fratellino, lo dipinge con disegni tribali, gli insegna come usare il giavellotto. In più, il ragazzo è davvero in gamba: cattura animali, cucina, sa dove trovare l’acqua, conosce le piste e le insidie del deserto. Anche la ragazza, nonostante le apparenze, sa il fatto suo; non si perde mai d’animo, cammina senza stancarsi, è di grande sostegno per il bambino che le è stato affidato, e appena trova l’occasione lava i vestiti e si tiene in ordine, e cura che la stessa cosa faccia anche il bambino.
A questo punto, il ragazzo vorrebbe andarsene, ma non se la sente. I due, l’aborigeno e la ragazza bionda, hanno la stessa età e sono molto attratti l’uno dall’altra. L’aborigeno è rispettoso e gentile, la ragazza non sa cosa pensare perché le è stato insegnato di non dar confidenza agli indigeni; la storia avrà un epilogo drammatico, a causa anche della mancanza di comunicazione fra i due. Il ragazzo non sopporta il rifiuto della ragazza, si trucca con disegni bianchi che spaventano la giovane inglese: ma il bianco per gli aborigeni è il colore della morte, il bianco dello scheletro e delle ossa.
Ma poi il bambino troverà per caso la strada principale, dove passano le automobili: da lì sarà facile raggiungere la città, anche se il primo incontro con un bianco è poco simpatico: li prenderà per due vagabondi e li scaccerà in malo modo quando la ragazza chiederà di poter telefonare. Ci sono anche altri interpreti: una spedizione scientifica internazionale, che lavora con dei palloni meteorologici, e una piccola famiglia di aborigeni, che occuperà tranquillamente il relitto della Volkswagen bruciata.
Il film non ha quasi dialogo, e vive sulla bellezza delle immagini e sulla bravura dei tre interpreti. Il bambino, biondissimo, è il figlio del regista: dire che è perfetto è dire poco. Jenny Agutter avrà una carriera molto brillante, anche se non di primissimo piano. Gulpilil è ancora saldamente in carriera, uno dei più grandi attori australiani; dopo di questo, che è il suo debutto, interpreterà moltissimi film, alcuni dei quali memorabili come “L’ultima onda” di Peter Weir, pochi anni dopo, o come “Fino alla fine del mondo” di Wenders, o “The tracker” del 2003.
Il finale vede la ragazza, ormai sposata a un ricco avvocato, ripensare a quell’avventura. Si trova bene, è nel suo mondo ed è felice; ma il rimpianto per quel mondo, e per quel ragazzo nero così gentile e pieno di premure, è grande. Li rivediamo, in una sequenza forse sognata, o forse vera, nuotare insieme in un lago incantevole fra le rocce.
E’ un film notevole, anche a tanti anni di distanza. E’ uno dei primi film, forse il primo, a portare in primo piano l’Australia e la cultura degli aborigeni. Ma temo di aver usato troppe parole: questo è un film da vedere, (da guardare) prima di tutto. Gulpilil vede i bianchi seminare la morte, violentare la Natura, uccidere e sprecare; si tinge di bianco a simulare lo scheletro, danza per l’addio e muore. Un presagio, o forse una profezia.

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